I capolavori di Michelangelo a Roma
Un itinerario alla scoperta delle opere più importanti dell'artista e gli aneddoti più sorprendenti che ne raccontano il suo genio
Geniale ma dal carattere difficile, Michelangelo Buonarroti (1475-1564) era irascibile, aggressivo, permaloso e avido. Tuttavia, il suo talento gli permetteva di tutto: sfidare un papa come Giulio II o scrivere poesie appassionate a Tommaso dei Cavalieri, che gli resterà accanto fino alla fine. Schivo e poco mondano, preferiva vivere in una casa-laboratorio modesta vicino al Foro, offerta da Giulio II, piuttosto che comprarsi un palazzo, pur potendoselo permettere.
La sua era una vita da esule e sempre in lotta, soprattutto con sé stesso: per l’omosessualità negata, per la nobiltà decaduta della famiglia, per un padre mai soddisfatto del denaro che riceve. Soffriva l’invidia verso chi considerava più fortunato Raffaello, affascinante e amato, mentre lui si logorava tra le cave di Carrara alla ricerca di marmi per la tomba papale. Michelangelo è un genio, ma anche un uomo tormentato e insicuro. Ma su una cosa non transige: i soldi. Riesce a farsi pagare più del massimo. Ne sapranno qualcosa i Della Rovere impegnati a versare più di ottomila scudi per quel mausoleo che doveva avere 40 statue e alla fine ne avrà appena un quinto e per di più in San Pietro in Vincoli dove Giulio era stato cardinale. E su di lui riuscirà ad aver la meglio: tra litigi e minacce di abbandonare i lavori, Giulio gli affida la Volta della Sistina. Un’opera immane sconsigliata da Bramante, perché sa che l’artista è poco esperto nel fresco. Ma Michelangelo farà dire a Condivi, a cui affida la biografia ancor più indulgente di quella già molto benevola di Vasari, che l’architetto (sponsor di Raffaello), volendo danneggiarlo aveva proprio suggerito il suo nome. Al Condivi fa scrivere verità modificate. Insiste sulle origini nobili e glissa invece sul coinvolgimento con gli ‘Spirituali’. Il gruppo di intellettuali capeggiati da Vittoria Colonna, sua amica carissima, e da Reginald Pole, il cardinale inglese che cercava un dialogo con i Riformati luterani e che il cardinal Carafa, diventato Paolo IV, li considererà eretici. Così Michelangelo smette di scrivere sonetti, ma anche lui rischia di finire sotto processo ed è il periodo in cui Cosimo I fa di tutto per portarlo in salvo a Firenze. Ma lui, ormai impegnato con San Pietro rifiuta.
The Pietà (1499) in the St. Peters BasilicaSono questi gli anni più bui, ormai è vecchio e solo e comincia a scolpire le sue Pietà più celebri, la Palestrina, la Rondanini e la Bandini che prenderà a martellate quando scopre che il cardinal Morone, un assiduo nel salotto viterbese di Vittoria, è in carcere. Donerà poi l’opera al suo amico fiorentino, Bandini appunto.
Michelangelo però è anche astuto. Riesce sempre a barcamenarsi. Fin dall’inizio, fino da quel putto venduto come antico al cardinal Riario (quello della Congiura dei Pazzi) che poi, invece di condannarlo lo prenderà sotto la sua ala protettiva. A un genio si perdona tutto.
Per il nipote di Giulio II scolpisce anche il Bacco ebbro e costruisce il Palazzo dei Conservatori e risistema piazza del Campidoglio. A intercedere in suo favore è sempre Iacopo Galli, fiorentino al servizio della Curia romana, che gli procura quello che diverrà il suo primo accecante capolavoro: la Pietà vaticana. La Madonna ha sulle ginocchia più un Adone che un Cristo morto. E’ un successo senza paragoni. Tanto che mentre torna a Firenze per scolpire il David, il papa della Rovere gli commissiona la sua mastodontica tomba. Un contratto che doveva essere in esclusiva ma che il nostro divin artista si guarda bene dal rispettare. Infatti accetta subito l’incarico di un Cristo, oggi in Santa Maria Sopra Minerva per Metello Vari che tuttavia dovrà attendere 10 anni prima di vederlo terminato.
Michelangelo painted the ceiling of the Sistine Chapel between 1508 and 1512Eh già, pagamenti anticipati, ma lavori senza fine. Anche perché i papi cambiano velocemente (13 in tutta la lunga vita dell’artista) e ognuno vuol lasciare un’impronta di sé tanto dispendiosa quanto grandiosa. Così Michelangelo è sempre più ricco. Ma investe tutto per la famiglia che spera di riscattare. Fa subito costruire la casa di via Ghibellina, poi acquista quella di Settignano e poderi vari tra cui Pozzolatico e si prodiga per combinare matrimoni importanti. Ci riuscirà solo con la nipote che sposa un Guicciardini, mentre per Leonardo cerca una donna che ‘sia pure bruttina e senza pretese, purché nobile’.
Ma lui metterà incinta la figlia di uno scalpellino mandando su tutte le furie lo zio. E se dei parenti non si fida, in compenso si fa raggirare dai fedeli servitori, come quell’Urbino che si arricchisce alle sue spalle. E a nulla vale l’amore sincero del nipote Leonardo con cui ha sempre da ridire. Gli rispedisce le maglie di lana grossa ‘un nobile si veste di lini e lane finissimi’, non lo vuole al suo capezzale quando si ammala, temendo arrivi per contare i beni E il nipote ingoia amaro ma va avanti. Gli invia regolarmente formaggi e in particolare il marzolino di cui è ghiotto e il vino trebbiano. Ma quando Leonardo arriva nella buia casa dello zio, per portare via la salma, troverà i lini intonsi e lui vestito frusto. Si racconta che non si togliesse neanche mai le scarpe. Fortuna che Vittoria, benché più giovane lo coccoli come un figlio. Così quando è malato lo fa ricoverare in casa Strozzi sul Tevere e quando capisce che il maestro ha la vista affaticata, per l’impegnativo lavoro della cappella Paolina, opera omnia per Paolo III, si fa subito prestare gli occhiali da Pole e commissiona lenti appropriate a Venezia. Coccolato e amato anche da quei Medici con cui era cresciuto ma che, da repubblicano convinto, osteggia. Loro lo perdonano: Leone X gli commissiona le tombe e la facciata di san Lorenzo, Clemente VII gli fa fare il Giudizio Universale. Un’opera che subirà la censura del Carafa con tanto di mutande, per coprire le nudità, dipinte a malincuore dall’amico Daniele da Volterra passato alla storia come il Braghettone.
Un’opera che riflette la crisi del periodo: un turbinio di santi senza aureola che si confondono coi dannati, angeli senza ali che riescono a malapena a reggere gli strumenti del martirio. Tutti allibiti, increduli, preoccupati.
Ma i papi, prima e durante il Concilio di Trento, Paolo IV a parte, lo adorano: Paolo III ama conversare con lui, lo stravagante Giulio III lo nomina capo degli architetti della fabbrica di San Pietro e Pio IV gli affida anche Santa Maria degli Angeli, poi solo avviata dal maestro.