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Marcello Mastroianni a Roma durante le riprese de La Dolce Vita, fotografato da Umberto Pizzi

text Teresa Favi
photo Umberto Pizzi

30 Settembre 2026

Umberto Pizzi, il paparazzo duro e puro

La nostra intervista al grande fotografo che ha immortalato gli anni d’oro e la fine della Dolce Vita

“Sono sempre stato un duro e puro, amo essere un fotografo ma soprattutto una persona perbene”. Umberto è nato a Zagarolo in una famiglia modesta: “Da ragazzino mi sarebbe piaciuto diventare un artista ma ero negato. Avevo una macchinetta fotografica a soffietto e cominciai a fare delle fotografi. Radici di alberi, volti di anziani finché pian piano mi accorsi che una bella foto poteva condensare tutto quello che amavo, la letteratura, l’arte, la musica”. Dopo la fine della guerra la famiglia si trasferisce a Roma. E da lì tutto è cominciato.

Ursula Andress e Marcello Mastroianni ospiti della Festa in Bianco (festa bianca) al famoso Club Jakie O, a Roma, nel 1975

Come sei diventato un fotografo?

Ci volevano i soldi per spiccare il volo, ma ero figlio del proletariato e non avevamo niente allora. Poi conobbi un photoeditor che lavorava alla Fao. E così fui spedito in Medio Oriente, dove per tre anni, per un progetto contro la fame nel mondo, mi sono mosso tra beduini del deserto, bambini addestrati alla guerriglia, profughi curdi, minatori turchi e tanta fame. Iraq, Iran e Turchia. I guadagni erano scarsi, e alla fine me ne sono tornato a Roma.

A compiere il tuo destino?

Alla fine degli Anni Cinquanta e agli inizi degli Anni Sessanta l’Italia cominciava a conoscere il boom economico e Roma si stava riempiendo di attori americani. Avevano capito che fare film a Cinecittà era più conveniente e piacevole, così Roma diventò una Hollywood sul Tevere. Eravamo agli inizi degli anni ‘60 quelli della Dolce Vita in via Veneto. Ebbi un’offerta dalla Picture Editor, americana, così lasciai la Fao per via Veneto. La signorina Boots della Picture mi disse: “Fammi un servizio sui paparazzi”. Era la prima volta che sentivo quella parola. Mi misi a seguirli per tre mesi e cocnlusi alla fine che con il paparazzaggio si potevo guadagnare.

Che tipo di paparazzo sei stato?

Un lupo solitario, ma avevo velocità, osservazione e intuito. Se partiva una macchina con un personaggio, studiavo come stava seduto e cercavo di prevedere come sarebbe sceso dall’auto. Ero affascinato dalle potenzialità fotografiche di un ambiente in cui si muovevano la Taylor e la Loren, Mastroianni, personaggi leggendari. E in quegli anni non esistevano ancora i bodyguard, gli attori li incontravi per strada, giravano da soli nel centro di Roma e con molti di loro ho avuto un bel rapporto personale.

Il mercato rispondeva bene?

La televisione non era ancora diffusa, le riviste invece vendevano a tutto spiano. Scattavi un personaggio e boom! Era fatta. Venivo ingaggiato a suon di dollaroni, come quando fotografai Sofia Loren insieme a Ettore Scola che si erano infatuati durante le riprese di Una giornata particolare. Quella foto non me l’ha mai perdonata e anni dopo si è vendicata facendomi passare tre giorni in galera su un’isola dei Caraibi dove l’avevo seguita mentre stava girando un film.

Insomma, c’era da stare in campana…

Come no? Una volta per fotografare a Capri Liz Taylor e Richard Burton dovetti stare appollaiato su un pino tutto il giorno.

Mai fatto a botte con qualche star?

E’ capitato. Quando mi mettevano le mani addosso reagivo malissimo. Sono sempre stato ben piazzato e odio la violenza. Una volta le guardie del corpo di Mick Jagger mi buttarono contro un taxi, fu una stupidata da parte sua. Con me si sono arrabbiati anche Roman Polanski e Gérard Depardieu, ‘beccati’ tutti e due mentre flirtavano con le loro fiamme del momento.

Parlaci di qualche personaggio di allora.

Anita Ekberg era una montagna di bontà, Onassis un filibustiere. A Montecarlo si sentiva un vero re. E poi Marcello Mastroianni… Tutti erano convinti che fosse uno sciupafemmine invece era lui a essere ‘violentato’ dalle donne. Soprattutto le bionde perdevano la testa per Marcello. Sua madre, una vecchia romanaccia, quando lo andava a trovare sul set gli diceva: “lasciale perde’ quelle, so’ tutto zozzone”.

E’ finita quell’epoca?

Racconto una mia foto, la più pagata. L’ho scattata all’alba di un giorno d’agosto 1990 a Venezia, nelle sale del palazzo dei conti Volpi di Misurata, durante la festa per il compleanno della figlia di Maria Gabriella di Savoia. Verso le tre del mattino arriva la contessa Francesca von Thyssen con un lungo strascico colorato che il fidanzato le sollevò all’improvviso… un gesto non più da ‘dolce vita’. Era qualcosa di diverso: era iniziata l’era del cafonal. Quello scatto mi fruttò ben 150.000 dollari e segnò anche la fine della Dolce Vita.

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