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Viggo Mortensen (ph. Matt Doyle Photo)

text Giovanni Bogani

15 Maggio 2025

La nostra intervista a Viggo Mortensen

Tra cinema, natura e umanità

All’ultima Festa del cinema di Roma, Viggo Mortensen è stato uno dei protagonisti. Ha ricevuto il premio alla carriera, ha tenuto una affollatissima Masterclass nella quale ha parlato del suo lavoro, e ha presentato il suo secondo film da regista, The Dead Don’t Hurt, del quale è anche protagonista, insieme a una memorabile Vicky Krieps. Viggo Mortensen ama l’Italia, ama Roma. E parla anche un discreto italiano: non deve stupire, perché Viggo padroneggia sette lingue. Ha interpretato tanti film, fino a ottenere una nomination all’Oscar per La promessa dell’assassino. Una tipica storia americana, verrebbe da dire. Un uomo che fa mille mestieri, che vive mille vite, e che non è legato a Hollywood. Vive in Spagna, libero e indipendente da tutto.

The-Dead-Don’t-Hurt

Qual è il primo film che ricorda di avere visto?

Ricordo di avere visto a Buenos Aires, quando avevo quattro anni, Lawrence d’Arabia. Ho visto tanti film con mia madre in Argentina: forse quel primo film mi ha portato ad amare i cavalli, che amo profondamente ancora oggi. Mi ricordo anche un altro film, Crònica de un nino solo di Leonardo Favio, un regista argentino che poi sarebbe diventato famoso.

Come sono stati i suoi primi anni in Argentina?

Giocavo insieme ai miei due fratelli più piccoli, e molto anche da solo. Immaginavo di essere un esploratore, un gaucho, un indigeno. Anche adesso, pur amando molto le persone, sono capace di stare da solo per giorni.

Il divorzio dei suoi genitori l’ha portata negli Stati Uniti.

È stato un trauma, uno sradicamento completo: continuavo a leggere i fumetti in spagnolo, e tifavo la squadra del San Lorenzo, che è quella per cui simpatizza anche papa Francesco.

Quando ha iniziato ad amare il cinema, a pensare di farlo?

Tardi, verso i ventidue anni. Mi colpì un film italiano, Una giornata particolare di Ettore Scola. Ho capito, per la prima volta forse, che oltre agli attori c’erano una sceneggiatura, un regista, un montaggio. Che c’era un insieme di persone che davano vita a un progetto, il film.

As Aragorn nella trilogia Il Signore degli Anelli (2001–2003)

Nel frattempo aveva fatto altri lavori…

Come no. Ho lavorato come portuale a Copenhagen, in una fabbrica, ho venduto fiori per strada, ho fatto il barista.

Oltre a essere l’attore che tutti conosciamo, lei è anche editore. Ha fondato la Perceval Press. Che tipo di esperienza è?

È un po’ come fare il regista: devi trovare soluzioni, scegliere. Fare un buon libro è un lavoro artigianale, proprio come per me fare il regista.

Ha fatto un film western con protagonista una donna. Perché?

Non ci sono tantissimi film western con protagoniste donne: due con Barbara Stanwyck, 40 Guns, o Le furie, o C’era una volta il West di Sergio Leone con Claudia Cardinale. Ma queste donne erano donne potenti, bellissime, straordinarie, nel caso di Barbara Stanwyck lei possiede un grande ranch.

In The Dead Don’t Hurt lei racconta una storia più quotidiana. Sì. Io ho preferito raccontare una donna ‘normale’, in una storia quotidiana. E raccontare la grandezza di una vita normale. Volevo capire come vivevano quelle donne quando i loro padri o i loro mariti andavano in guerra, come riuscivano a sopravvivere.

Come sceglie i suoi ruoli da attore?

Dopo Il signore degli anelli ho ricevuto più proposte, ma puoi accettare un ruolo solo quando te lo propongono! Il tuo potere, come attore, è di dire di no. Finché ti puoi permettere, economicamente, di aspettare il ruolo che ti entusiasma.

Lei sembra avere un grande rapporto con la natura.

Mi sento felice quando sono in una foresta. Quando ero neonato, i miei genitori si svegliarono e la culla era vuota, la porta era aperta. Il nostro cane mi trovò seduto sotto un albero, nel bosco.

Una passione autentica...

Al liceo, prendevo la bicicletta e me ne andavo fuori città, con un sacco a pelo, e andavo a dormire all’aperto, poi pedalavo fino a scuola al mattino dopo. Non perché non fossi felice a casa, ma perché volevo sentire la natura. Stare fra le piante, gli alberi o gli animali ha una influenza rasserenante su di me. Mi porta a fare pace col mondo.

La letteratura, il cinema, l’arte trattano anche il tema del senso della vita e della nostra mortalità. Lei come accetta questo tema?

Trovo che sia importante vivere insieme, trovare insieme dei momenti di grazia. Come quando qualcuno ti sorride all’improvviso, o quando aiuti qualcuno che non conosci.

Che cosa le fa paura?

La mancanza di empatia fra le persone.

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